Prime Esperienze
Camilla - la spiaggia nudista
02.01.2026 |
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"La mia cappella sfiorava il suo palato, la sua lingua… Involontariamente la mano si posò sulla sua testa, guidandola nel movimento..."
~ATTENZIONE ~ QUESTO RACCONTO È UN’OPERA DI FANTASIA Salve a tutti, vorrei condividere con voi una storia accaduta anni fa. Buona lettura.
Piacere, Marco, e all’epoca dei fatti avevo diciannove anni: i signori del sito sapranno bene cosa significa avere quell’età, gli ormoni a palla, la voglia di scoprire il corpo delle donne e, ovviamente, scopare il più possibile. Era estate, e con la maggiore età speravo finalmente di poter andare al mare con i miei amici, a Rimini, e non più con la famiglia al completo. Già mi pregustavo lo spettacolo delle ragazze in spiaggia, coperte solo dal costume da bagno, e mi vedevo abbracciato ad una bella sconosciuta su cui sfogare la mia ardente voglia… Purtroppo i miei progetti vacanzieri furono brutalmente sbriciolati: i miei genitori mi proibirono categoricamente di unirmi alla banda, e discorso chiuso; al mare sarei andato, quello si, ma dagli zii, a Cesenatico, con un branco di cuginetti di cui il più grande aveva dodici anni. Mi sentii sprofondare, ma a nulla valsero i miei tentativi di sottrarmi a quel supplizio: l’indomani, valigia al seguito, presi il treno e partii, allegro come un deportato. Dopo mezza giornata arrivai a destinazione: il paese era un buco, un posto così noioso che credo persino l’Altissimo si sia pentito di aver creato. Come da previsto mi annoiavo a morte, assediato dai cugini; c’era di buono che almeno la casa dava direttamente sulla spiaggia, e per sfuggire ai parenti molesti decisi di farmi una lunga passeggiata. Indossai il costume sotto i vestiti e via, all’avventura! Sulla spiaggia c’erano femmine di ogni fascia d’età possibile e per ogni gusto: ragazze della mia età dalle tettine sode che giocavano a beach volley, donne sui quaranta e persino qualche anziana che sedeva sotto l’ombrellone rigida come pietra. C’era di che rifarsi gli occhi, ma sfortuna nera, nemmeno una donna in topless, che peccato. Pensavo ai miei compari, già sicuramente intenti a violare qualche ragazza, e il solo pensiero mi fece torcere lo stomaco dal nervoso; perso nei miei cupi pensieri avevo involontariamente varcato il confine che mi era stato da sempre proibito di valicare: un cartello bianco a scritte blu diceva “Optional chloting beach. You may encount nudist people beyond this point.”, o per l’italico pubblico, la spiaggia nudista. Mi resi conto di dove fossi capitato solo quando mi imbattei in un gruppo di persone, tra i trenta e i cinquant’anni in tenuta nature, che mi rivolsero un sorriso ed un saluto amichevole. Ero stupefatto: sin dall’infanzia ero stato educato all’idea che mostrare il corpo fosse qualcosa di scandaloso, e in mezzo a quella fiumana di gente mi sentivo un po’ a disagio. Per mia fortuna una macchia di cespugli mi offrì un nascondiglio; nascosto tra le verdi frasche studiai i passanti, e devo ammettere che anche lì ce n’era di ogni: uomini a cui non facevo caso, ragazze della mia età e persino una signora dai capelli grigi e dall’abbronzatura perfetta. Tutti sembravano a loro perfetto agio, nessuno mostrava fastidio o imbarazzo, perciò mi feci coraggio: mi spogliai, nascondendo i vestiti tra gli arbusti e con i soli bermuda mi lanciai in quel territorio inesplorato. Sorprendentemente ci misi poco ad abituarmi ai corpi nudi anche maschili: tutti dal sorriso contagio a cui rispondevo a mia volta. Ammetto che fui quasi sul punto di balzare fuori dal costume ma un residuo pudore me lo impedì. Ad un certo punto però notai una figura a pochi metri dall’acqua: una figura femminile completamente nuda, una Venere che offriva il suo corpo al sole. Mi fermai a guardarla rapito: capelli ricci stretti in una coda, un bel viso in parte coperto dagli occhiali da sole, fisico tonico e splendide gambe da cavalla. Ma fu il suo seno a colpirmi particolarmente: pur essendo ancora piuttosto giovane, le sue tette erano leggermente pendule, areole e capezzoli piuttosto scuri; il tipo di seno della madre che ha allattato a lungo, pensai. La bella sconosciuta se ne stava lì, a crogiolarsi beata, completamente ignara della mia presenza. Per un paio di volte feci avanti e indietro senza che mi notasse; volevo avvicinarla, ma non sapevo come, perciò mi buttai: le andai contro e mormorai: “S-salve…” La bellona si voltò verso di me, con un leggero sballonzolio del maestoso davanzale; mi guardò per un attimo come se mi stesse facendo i raggi x, per poi sorridere amabile: “Buongiorno a te. Bella giornata, vero?” Borbottai una risposta, intimorito dalla sua bellezza; sembró capire il mio stato d’animo, dato che fece un gesto vago accanto a sé: “Vuoi fermarti un po? Se ti va…” Il suo tono amichevole mi fece scordare ciò che avevo imparato circa il fidarmi degli sconosciuti: sedetti accanto a lei, emozionato come se fossi al cospetto di una dea greca. Mi offri la mano, presentandosi come Camilla, e risposi presentandomi a mia volta. Mi raccontò qualcosa di sé, aveva trentasette anni, era insegnante e frequentava quella spiaggia ormai da anni. Insegnante? Beati i suoi studenti, mormorai tra me. Mi faceva domande educate, a cui rispondevo a monosillabi, non sapendo dove posare gli occhi. Camilla sorrise: “Prima volta su una spiaggia nudista?” Al mio assenso annuii comprensiva: “È normale, nulla di cui vergognarsi. Anche io le prime volte non sapevo dove guardare, ma ci si fa subito l’abitudine.” Mi sentii meno teso, con il suo charme mi aveva messo a mio agio; si fece più vicina, le domande più dirette: “Sei qui con gli amici? O con la fidanzata?”
Quando con un sospiro confessai di essere single il suo sorriso si accentuò: “Che peccato, sei così un bel ragazzo… Se fossi stata più giovane ci avrei provato io stessa!” aggiunse con una risata. Diventai rosso come un’aragosta: ero su una spiaggia nudista con una splendida donna che ci stava, almeno apparente, provando con me: mi avessero visto i miei amici ! Sarebbero sicuramente schiattati dall’invidia… Improvvisamente, da lontano, le campane batterono dodici rintocchi: mezzogiorno! Camilla si alzò con un gesto elegante, spazzando via la la sabbia dalle gambe e da un sedere dalla forma perfetta: “Mi dispiace, ma ora devo andare” disse con una punta di rammarico, “mi aspettano per pranzo.” Sentii freddo: era già finita? Era stata solo una parentesi di un’oretta? “Quando potremo rivederci?” chiesi con un filo di voce. Camilla sembrò riflettere pensosa, per poi dire “Tra un paio d’ore, direi… Sempre che tu voglia stare con una vecchietta come me…” Accettai ancora prima che finisse la frase: “ Con immenso piacere!!!” Camilla sorrise, un sorriso caldo e compiaciuto: “A più tardi allora, ci troviamo qui…” Si allontanò con il passo sicuro delle dee della spiaggia, e mi persi nell’ipnotico movimento del suo succoso culo finché non sparí dietro una curva. Recuperai i vestiti e tornai a casa, dove la zia aveva appena servito il pranzo; mangiai quasi di corsa, occhieggiando nervosamente l’orologio. La zia stupita chiese se avessi un appuntamento o cosa, e sparai la prima cosa che mi venne in mente: “Vado a giocare a calcio con dei ragazzi.” risposi con la bocca piena. Era una balla, ma non potevo di certo dire che una donna mi aveva dato appuntamento! Comunque, finito di mangiare ringraziai per il pasto e scappai fuori: era solo la una, e bighellonai senza meta per un po’, desideroso di rivedere Camilla. Alle due meno un quarto ero già in posizione: i vestiti erano già al sicuro, nascosti tra i cespugli; guardavo nervoso a destra e a manca, sperando di vederla apparire, quando qualcuno mi prese da dietro, coprendomi gli occhi con le mani: “Indovina chi è…” disse una voce femminile i tono giocoso. La voce sapevo di chi fosse, e l’inconfondibile pressione di un paio di tette sul collo non lasciava spazio a dubbi: “Camilla!” esclamai. Mi scoprì gli occhi: “Indovinato! Aspetti da molto?”
Mi girai: non indossava gli occhiali scuri adesso, aveva caldi occhi castani che mi guardavano con divertita curiosità. Borbottai che ero appena arrivato, e ne sembrò contenta. Mi prese sottobraccio, ignorando lo squittio da roditore che mi sfuggí quando il mio gomito entrò in collisione con la sua tetta destra; “C’è un bel posto che vorrei tanto mostrarti, ti va?” flautó la sua dolce voce. L’avrei seguita anche all’inferno, soggiogato com’ero dalla sua bellezza. Ma Camilla non aveva ancora finito: alzò l’indice e aggiunse “Ad una condizione, però…” Lasció una breve pausa ad effetto è terminò: “… via il costume!”
Diventai color pomodoro: con un movimento vergognosamente lento armeggiai con l’elastico dei bermuda, presi un respiro e li calai alle caviglie, balzandovi fuori. Camilla non si perse un secondo, quel sorriso da sfinge sempre sul volto, sembrava sinceramente divertita dal mio imbarazzo. “Dai, non fare quella faccia, ti passerà subito…” Mi riprese a braccetto e ci incamminammo; per qualche minuto tenni gli occhi bassi, mordicchiandomi le labbra ogni volta che incrociavo lo sguardo di qualcuno, ma effettivamente durò poco: anzi, ammetto che non era una sensazione affatto male. La mia bella accompagnatrice mi guidò per un sentiero tra gli alberi che sbucava in una piccola radura: un piccolo specchio d’acqua circondato da salici e panchine. Prendemmo posto su una di queste, leggermente isolata; la mano di Camilla era stretta alla mia, il suo sguardo tutto un programma: il suo bel viso era vicinissimo al mio, mi sentii intimorito ma mi impedì di abbassare gli occhi, la sua mano sinistra sfiorò la mia guancia: “Guardami negli occhi, pupo…” e senza aggiungere altro mi diede un bacio. Un bacio adulto, il mio primo! La sua morbida lingua accarezzava la mia, ero veramente eccitato a quel punto: il cazzo stava alzando la testa, la cappella era di un bel rosa scuro. La cosa non sfuggì a Camilla che senza mollare strinse delicatamente la mano attorno all’asta fremente; gemetti, forse quel giorno sarebbe stato qualcosa di indimenticabile. Camilla prese a scappellarmi, aveva un tocco delicato e non stringeva mai troppo forte; mi sentivo audace, così allungai la mano sul suo seno: tastai una tetta, morbida e tiepida, accarezzando quella carne succulenta, il capezzolo si stava indurendo contro il mio palmo. Camilla staccó le labbra, aveva il fiatone e gli occhi lucidi: “Screanzato, non lo sai che non si tocca il seno di una donna al primo appuntamento?” disse sorridente. Risposi, era impossibile resistere a quel sorriso: “Colpa tua, me le sventoli in faccia!”
“Mmm~” fece lei, “allora bisogna rimediare, o il tuo amico qui sotto scoppia…” disse indicando il mio cazzo eretto allo spasmo. Si mise a pancia in giù, le tette premute sulle mie cosce; osservò il mio membro, soddisfatta: “Però, i ragazzi crescono bene al giorno d’oggi…” Stuzzicó l’uretra con la punta del dito, facendo uscire una gocciolina trasparente. Mi scoccó un’occhiata rovente e lentamente me lo prese in bocca: non avevo mai ricevuto un pompino, era semplicemente meraviglioso, la sua bocca era paradisiaca. Godevo così tanto che senza volerlo strinsi le mani alla panchina così forte da farmi diventare le nocche bianche. Camilla si tolse per un attimo il ciuccio di bocca: “Rilassati, o ti viene un infarto… Mettiti comodo e lascia fare a me…” Facile a dirsi: ero teso come una corda di violino, ci misi un attimo a calmarmi; Camilla riprese, più lentamente, era più piacevole così. La mia cappella sfiorava il suo palato, la sua lingua… Involontariamente la mano si posò sulla sua testa, guidandola nel movimento. Succhiava per un paio di minuti facendo poi una piccola pausa, giusto per non farmi venire troppo in fretta: “Non c’è bisogno di trattenersi, se non ce la fai più lasciala uscire!” mi rassicuró. La verità è che non volevo fare figure, stavo facendo forza su me stesso per durare il più possibile. Camilla parve leggere il mio pensiero, e con una mossa ferina si alzò, montandomi in grembo: teneva il cazzo nella mano, strofinando la punta sulle labbra della figa; quel contatto mi diede una scarica elettrica giù per la schiena, ci mancava poco che scoppiassi davvero. Camilla indirizzó delicatamente la cappella che superò l’imbocco del suo fiore, calandosi poi lentamente, ad occhi chiusi; era stretta, più di quanto pensassi: era quello che si provava a stare dentro una donna? Mi posò le mani sulle spalle: “Guardami negli occhi, e baciami, lo trovo cosí eccitante…” mormorò. Stavolta presi io l’iniziativa, la baciai in modo leggermente goffo ma deciso; Camilla rispose al bacio, strinse le braccia dietro alla mia schiena e si fece vicina vicina, le tette premute sul petto; iniziò a muoversi, lentamente, era come un ballo fatto di movenze languide e calcolate con piccoli gemiti soffocati a fare da sottofondo. Ero avvolto dal suo calore, quello delle tette che accarezzavano il mio petto e quello della figa stretta sulla mia erezione. Stavo godendo, ma volevo di più: le afferrai le chiappe ed aumentai improvvisamente il ritmo; stavolta fu lei a squittire sorpresa, ma lasció fare, allargando leggermente le gambe per agevolarmi. Che momenti deliziosi! Ero contento che la mia prima volta fosse stata con quella splendida milf! Però non sarei potuto durare ancora molto: avevo le palle piene, la sensazione della sborra che risale lungo l’asta era fortissima ormai, era questione di istanti. Con la voce messo soffocata dalle sue labbra mormorai che ero al limite; Camilla in tutta risposta strinse le gambe attorno al mio corpo, quasi ad impedirmi di sfuggire alla sua presa; con un sussurro disse “Vai, schizzo libero… è un giorno sicuro, sborrami dentro!” All’ultima sillaba il mio cazzo eruttó ciò che doveva uscire già da parecchio: dieci schizzi, lo ricordo bene, ma così intensi che mi parvero cento; Camilla non si fece scappare ne anche una molecola, si era fatta più stretta, sembrava un guanto sul mio cazzo. Lanció una specie di miagolio da gatta in calore quasi raggiunse il picco a sua volta, bagnandomi il basso ventre del suo nettare caldo e cremoso. Fu devastante, mi sentivo come se assieme alla sborra mi avesse risucchiato anche le forze; mi abbandonai con la schiena sulla panchina, ansimando come un mantice; Camilla era abbastanza sottosopra dal canto suo, aveva un’aria compiaciuta e appagata. “Scopi davvero bene, per essere alle prime armi… Continua così e nessuna potrà resisterti…” mormorò, posando la mia testa fra le tette. Mi sentivo esausto, e quel morbido cuscino sembrava soffice come una nuvola. Mi invitò a succhiare il suo capezzolo, porgendomi una tetta per invitarmi; credo di essere crollato poco dopo per la stanchezza, con il suo capezzolo ancora fra le labbra. Quando ripresi conoscenza avevo la testa sulle sue cosce, Camilla mi guardava con tenerezza, accarezzando i miei capelli: “Dormito bene, tesoro?” Ebbi un fremito di pura goduria: a parte mia mamma nessuna donna mi aveva chiamato così. Sarei voluto restare ancora con lei, ma era ora di rientrare, purtroppo. A malincuore mi rimisi il costume che era posato lì accanto e seguii Camilla verso i cespugli dove avevo nascosto i vestiti; quando li ebbi indossati provai quasi fastidio, come fossero oggetti estranei. Guardai Camilla, che mi osservava rivestirmi: “G… Grazie per tutto… non lo dimenticherò mai…” dissi con voce flebile. Lei in risposta mi acchiappò per le guance e stampó un altro bacio: “Grazie a te, tesoro… mi hai fatta godere come una ragazzina…”
Era il momento di separarci, solo dopo esserci dati appuntamento per l’indomani: la mattina presto, volevo godere di lei prima possibile; Camilla sorrise maliziosamente, evidentemente anche lei era impaziente. Mi avviai verso casa, quando mi sentii chiamare per nome: mi girai e giuro che quello che vidi sarebbe rimasto impresso nella mia mente per sempre: Camilla era china quasi a novanta, culo in fuori e figa in perfetta vista, un sorriso da ninfa e l’indice maliziosamente fra le labbra. “A domani, tesoro, non vedo l’ora!” mi salutó, agitando la mano. Che giornata! Avevo perso la verginità con la dea della spiaggia e avrei avuto altre occasioni! Quella notte la passai sveglio, avevo una voglia matta di segarmi ma mi trattenni, pensando all’indomani: domani ti rivedrò, Camilla, fu il pensiero prima di addormentarmi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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